Perché in un open space c'è sempre chi ha caldo e chi ha freddo?
Perché lo stesso ambiente non è "caldo" o "freddo" in assoluto: lo è per una persona. La sensazione termica dipende da metabolismo, abbigliamento e attività, che cambiano da collega a collega. Il modello PMV/PPD della UNI EN ISO 7730 lo traduce in numeri: anche alla temperatura ideale resta circa il 5% di persone insoddisfatte, una soglia che la norma considera fisiologica e non abbattibile.
Il PMV (voto medio previsto) stima come giudicherebbe l'ambiente una persona media, da molto freddo a molto caldo; il PPD (percentuale prevista di insoddisfatti) traduce quel voto nella quota di persone a disagio. Quando gestiamo il comfort di uffici e immobili a reddito, partiamo da qui: l'obiettivo non è accontentare tutti, è tenere gli insoddisfatti vicino a quel minimo.
Qual è la temperatura giusta per un ufficio, e perché non basta?
Per un lavoro sedentario, la UNI EN ISO 7730 indica come riferimento di buona tecnica una temperatura operativa attorno a 20-24 gradi in inverno e 23-26 gradi in estate (categoria B). Non è un obbligo di legge, è un criterio di comfort: il valore che funziona davvero cambia con l'abbigliamento della stagione, l'umidità e la velocità dell'aria, che vanno letti insieme al termometro.
Ecco perché un solo termostato centrale non chiude la questione. Due postazioni distanti pochi metri possono vivere gradi percepiti diversi per via del sole, di uno spiffero o di una bocchetta mal orientata. Chi ha una scrivania vicino alla vetrata sente l'asimmetria del calore radiante; chi siede sotto un diffusore sente la corrente. La media dice "22 gradi", la persona dice altro.
Quali sono le cause tecniche delle lamentele caldo/freddo?
Le lamentele hanno quasi sempre una causa fisica, non un capriccio. La UNI EN ISO 7730 elenca fra le fonti principali di disagio locale la sensazione di corrente d'aria (draught), la differenza di temperatura tra testa e caviglie, l'asimmetria del calore radiante e i pavimenti troppo caldi o freddi. In un open space questi fattori convivono nello stesso spazio, e ognuno colpisce postazioni diverse.
A monte del disagio locale ci sono cause di impianto ricorrenti: una zonizzazione insufficiente, che serve con un unico termostato ambienti con carichi diversi; esposizioni non separate, con il lato a sud che scalda il pomeriggio mentre il nucleo interno resta freddo; carichi interni concentrati, come una fila di server o una zona molto affollata; una diffusione dell'aria che soffia sulle teste; e una taratura di setpoint e portate ferma al collaudo, che nel frattempo l'ufficio ha cambiato layout.
C'è poi la parte percepita, e non è un dettaglio. Ambienti termici accettabili per la sicurezza possono comunque generare disagio e ridurre il rendimento delle persone (INAIL, comfort termico). Aggiungi le differenze individuali del modello PMV/PPD e capisci perché la stessa stanza produce due segnalazioni opposte nello stesso momento.
Quali leve impiantistiche riducono le lamentele?
Le leve seguono le cause. Si lavora sulla zonizzazione, così ogni area con carico proprio ha la sua regolazione; sulla diffusione dell'aria, per togliere le correnti dalle postazioni; sul bilanciamento delle portate e sulla taratura dei setpoint; sulla ventilazione meccanica e sul controllo dell'umidità, che pesa sul comfort quanto i gradi. Spesso non serve una macchina nuova: serve regolare bene quella che c'è.
| Lamentela ricorrente | Causa probabile | Leva impiantistica |
|---|---|---|
| "Ho freddo vicino alla vetrata" | Asimmetria radiante e spifferi dalla facciata | Zona di regolazione dedicata al perimetro, diffusione non diretta sulle postazioni |
| "Il pomeriggio fa caldo sul lato sud" | Carico solare ed esposizione non separata | Zonizzazione per esposizione, regolazione per zona, schermature |
| "C'è una corrente d'aria fastidiosa" | Velocità dell'aria alta o mal orientata (draught) | Bilanciamento portate, diffusione a bassa induzione, taratura mandata |
| "L'aria è secca o pesante" | Umidità relativa fuori intervallo | Controllo umidità e ventilazione meccanica con recupero |
| "Vicino ai server fa caldo" | Carico interno concentrato | Zona dedicata e ripresa dell'aria localizzata |
| "Gelido al mattino, bollente a metà giornata" | Setpoint e curve mal tarati, inerzia | Taratura dei setpoint, regolazione oraria, monitoraggio |
Due leve meritano una nota. La regolazione per zona rende al meglio quando l'impianto sa leggere e reagire ai carichi reali: è il tema che tocchiamo nell'approfondimento su VMC, building automation e regolazione nel terziario. L'umidità e il ricambio d'aria, invece, pesano sul comfort percepito e sulla salubrità: li trattiamo in qualità dell'aria indoor e VMC. Il modello di comfort resta la cornice: lo trovi nella scheda della UNI EN ISO 7730, e i termini nel glossario. Comfort e rischio però restano due piani diversi: il fastidio si valuta col modello di comfort, quando il caldo diventa un rischio si misura con l'indice WBGT. Abbiamo raccolto in un pezzo a parte cosa può fare l'impianto quando il caldo diventa un rischio, e chi firma la valutazione.
Come riduciamo le lamentele nel tempo: misura, taratura, gestione?
Il comfort non è un traguardo di collaudo, è una condizione da mantenere. Un ufficio cambia: spostano scrivanie, aggiungono persone, arriva l'estate. Se la regolazione resta ferma, le lamentele tornano. Per questo trattiamo il comfort come manutenzione continua: misura periodica, bilanciamento, taratura dei setpoint e lettura del dato, non un intervento una tantum quando qualcuno protesta.
Lavoriamo a canone: teniamo allineati setpoint e portate nel tempo con la manutenzione a canone, e leggiamo temperatura, umidità e stato degli impianti con il monitoraggio degli impianti, così una deriva si vede prima che diventi una segnalazione. Per chi gestisce più immobili a reddito, è il modo per avere comfort stabile e spesa annua nota in anticipo. Aggiornata 2026, con i riferimenti in chiaro.