Quando il caldo diventa un rischio e non solo un fastidio?
Quando smette di essere una questione di gradi percepiti e diventa una questione di salute. Sono due piani distinti, e si misurano con strumenti diversi: il comfort si valuta con gli indici PMV e PPD della UNI EN ISO 7730, che stimano quante persone si dichiarano insoddisfatte di un ambiente; lo stress da caldo si valuta con l'indice WBGT della UNI EN ISO 7243:2017, che dice quando il carico termico mette a rischio chi ci lavora.
Confondere i due piani è l'equivoco più frequente. Un ufficio dentro le soglie di rischio può restare scomodo, e sono le lamentele di cui parliamo in comfort termico in open space. Un retro-cucina di cui nessuno si lamenta, invece, può essere caldo oltre soglia per chi ci lavora otto ore in piedi. Il costo del caldo, del resto, non è solo sanitario: l'Organizzazione internazionale del lavoro stima che nel 2030 il 2,2% delle ore lavorate nel mondo andrà perso a causa delle temperature elevate, l'equivalente di 80 milioni di posti a tempo pieno (ILO, Working on a warmer planet, 2019). La stima pesa soprattutto agricoltura e costruzioni, ma la direzione vale anche al chiuso.
Che cos'è l'indice WBGT e cosa mette insieme?
Il WBGT (wet bulb globe temperature) combina temperatura dell'aria, umidità e calore radiante in un unico valore, da confrontare con soglie che dipendono dallo sforzo fisico richiesto: più il lavoro è pesante, più la soglia si abbassa. Il metodo è nella UNI EN ISO 7243:2017, vale su esposizioni fino a otto ore, al chiuso e all'aperto, e ha sostituito la UNI EN 27243:1996, ritirata nel 2017. La definizione completa è nella voce di glossario sul WBGT.
Una precisazione che pesa: la 7243 è una norma tecnica volontaria, un riferimento di buona tecnica. Non impone obblighi di per sé, e infatti nessuna soglia WBGT è scritta nel Testo Unico sulla sicurezza. Diventa vincolante quando un capitolato, un protocollo o un contratto la richiamano. Chi la usa lo fa perché è il metodo riconosciuto per dare un numero a una cosa che altrimenti resta un'opinione.
Sul perché il termometro da solo non basta, la definizione dell'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro è chiara: lo stress termico è "il carico termico complessivo a cui un lavoratore può essere esposto, dato dal contributo combinato di calore metabolico, abbigliamento e fattori ambientali" (EU-OSHA, Heat at work: guidance for workplaces, 2023). Tradotto per chi gestisce un edificio: la stessa stanza a 28 °C è un ambiente diverso per chi sta seduto alla scrivania e per chi movimenta carichi in camice. In Italia il tema ha una piattaforma dedicata, Worklimate, sviluppata da INAIL e CNR, che stima il rischio da caldo per settore e profilo di lavoratore.
Chi valuta il rischio da caldo, e chi fa cosa?
La valutazione spetta al datore di lavoro, che la mette nel documento di valutazione dei rischi con il supporto del responsabile del servizio di prevenzione e protezione e del medico competente (D.Lgs 81/2008, art. 28). Il Testo Unico non fissa una temperatura massima: l'Allegato IV, punto 1.9.2.1, chiede che "la temperatura nei locali di lavoro sia adeguata all'organismo umano durante il tempo di lavoro, tenuto conto dei metodi di lavoro applicati e degli sforzi fisici imposti ai lavoratori". È una formula aperta, ed è esattamente per questo che serve un indice.
C'è però un punto in cui il decreto tocca l'impianto in modo diretto: l'Allegato IV, punto 1.9.1.4, prevede che gli impianti di condizionamento e di ventilazione meccanica siano periodicamente sottoposti a controlli, manutenzione, pulizia e sanificazione, per la tutela della salute dei lavoratori. Lì l'obbligo resta del datore di lavoro, ma il lavoro è nostro: è la parte della catena che gestiamo quando teniamo in efficienza gli impianti di un edificio.
| Chi | Cosa gli compete |
|---|---|
| Datore di lavoro | Valuta il rischio e lo mette nel documento di valutazione dei rischi; sceglie e attua le misure (D.Lgs 81/2008, art. 28) |
| RSPP | Supporta la valutazione, individua i fattori di rischio e propone le misure di prevenzione |
| Medico competente | Sorveglianza sanitaria: valuta l'idoneità e i lavoratori più esposti (età, patologie, terapie) |
| Chi gestisce gli impianti | Misura le condizioni reali alle postazioni, mantiene efficienti ventilazione e raffrescamento, interviene sulle sorgenti di calore e fornisce i dati d'impianto a chi valuta |
Cosa può fare davvero l'impianto contro il caldo?
Le misure tecniche che l'EU-OSHA elenca per gli ambienti caldi sono in gran parte impiantistiche: raffrescamento e ventilazione adeguata, deumidificazione, schermi riflettenti o barriere che assorbono calore attorno alle macchine calde, coibentazione o confinamento dei processi che generano calore, ventilatori per aumentare il movimento dell'aria (EU-OSHA, Heat at work: guidance for workplaces, 2023). Sono quattro leve, e in questo ordine: captare il calore dove nasce, schermarlo, portare aria dove stanno le persone, raffrescare e deumidificare il resto.
Negli impianti che gestiamo, il punto critico non è quasi mai la potenza frigorifera: è la distribuzione. Una cucina con la cappa giusta ma senza aria di compenso resta un ambiente caldo, perché l'aria che manca se la prende dalla sala, e nessuno la sente arrivare dove serve. Vale lo stesso per un magazzino con i destratificatori spenti e per un corridoio caldo di sala server: il numero non scende perché manca una macchina, scende perché l'aria arriva dove sta la persona. È la stessa logica del dimensionamento di un impianto industriale, dove il carico interno pesa più della superficie.
Dove si concentra il caldo, settore per settore?
Il caldo negli ambienti di lavoro ha quasi sempre una sorgente identificabile, e cambia da settore a settore: piastre e forni in cucina, vasche e saune nel wellness, rack e gruppi frigo in un data center, lampade e camici in sala operatoria. Identificare la sorgente è metà del lavoro, perché decide la leva: dove il calore nasce concentrato lo si capta, dove è diffuso lo si diluisce con l'aria, dove è radiante lo si scherma.
| Settore | Dove nasce il calore | Leva impiantistica |
|---|---|---|
| Cucine professionali | Piastre, forni, vapore di cottura | Cappe dimensionate e aria di compenso: la pratica della UNI EN 16282 |
| Wellness e piscine | Vasche, saune, umidità elevata | Deumidificazione e ricambi d'aria controllati |
| Hotel | Cucine, lavanderie, locali tecnici | Estrazione dedicata e separazione dei locali caldi dai percorsi del personale |
| Data center | Corridoio caldo, dove intervengono i tecnici | Contenimento dei corridoi: i valori ASHRAE guardano l'hardware, non le persone |
| Cliniche | Lampade e camici in sala operatoria | Velocità e distribuzione dell'aria sul campo: microclima in sala operatoria |
| Pharma e laboratori | Autoclavi, cappe, dispositivi di protezione | Captazione localizzata e ricambi, senza rompere i gradienti di pressione (vedi la mappatura termica) |
| Uffici e immobili | Irraggiamento delle facciate vetrate, apporti interni | Schermature e regolazione per zona |
Il caso del data center merita una riga in più, perché è quello in cui l'equivoco è più costoso. I valori ASHRAE che tutti citano riguardano l'hardware all'aspirazione dei rack, non le persone: nel corridoio caldo, dove i tecnici lavorano anche a lungo, il riferimento resta l'indice WBGT. In sala operatoria vale il rovescio: il campo operatorio chiede 20-24 °C (linee guida ISPESL, 2009), ma l'équipe sotto le lampade e in camice sterile vive un microclima suo, ed è quello che va guardato.
Come si tiene sotto controllo nel tempo?
Con la misura e con la manutenzione, non con una campagna d'agosto. Un impianto di ventilazione con le batterie sporche e i filtri carichi perde portata mese dopo mese, e nessuno se ne accorge finché non arriva l'ondata di caldo: è la ragione per cui il D.Lgs 81/2008 chiede controlli, manutenzione, pulizia e sanificazione periodici degli impianti di condizionamento e ventilazione (Allegato IV, punto 1.9.1.4). Il caldo estivo non crea il problema, lo rivela.
Lavoriamo a canone proprio per questo: le verifiche stanno nel piano, non nella telefonata di emergenza, e la spesa dell'anno è nota in anticipo. Dove il carico termico è critico, aggiungiamo il monitoraggio degli impianti: temperature e portate registrate nel tempo, in modo che chi deve valutare il rischio abbia dati e non impressioni, e che noi si veda la deriva prima che diventi un fermo. Aggiornata 2026, questa è la cornice: le norme le trovi nella sezione normativa, i termini nel glossario.