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Raffrescamento di un data center: come funziona?

Se gestisci o sovrintendi una sala dati, il raffreddamento non è un servizio accessorio: è la condizione perché tutto il resto stia acceso. Vediamo come si asporta il calore dei server, dal carico per rack al PUE, con i set-point di buona tecnica e le fonti in chiaro.

Come funziona il raffreddamento di un data center?

Il raffreddamento di un data center funziona asportando in continuo il calore che i server dissipano senza pause: l'aria fredda entra dal fronte dei rack, li attraversa e torna calda alle unità di condizionamento, mentre il contenimento dei corridoi tiene separati caldo e freddo. Le linee guida ASHRAE TC 9.9 raccomandano 18-27 gradi all'aspirazione dei server; oltre una certa densità per rack, alla sola aria si affianca il raffreddamento a liquido.

Perché il raffreddamento di un data center è critico?

Perché senza asportazione del calore la sala va in surriscaldamento in pochi minuti. I server consumano energia elettrica e la trasformano quasi tutta in calore, senza pause: un rack ad alta densità può dissipare diversi kilowatt in modo continuo. Tolto il raffreddamento, la temperatura sale in fretta, le macchine riducono le prestazioni e poi si spengono per protezione termica.

Non è solo un problema tecnico, è anche di continuità del servizio. Il D.Lgs 138/2024, che recepisce la direttiva NIS2, include i data center tra i soggetti tenuti a garantire continuità operativa: un guasto al raffrescamento che blocca la disponibilità del servizio può configurare un incidente da notificare. È il motivo per cui chi gestisce gli impianti di un data center tratta il condizionamento come infrastruttura primaria, non come comfort.

Cos'è il carico termico e perché si ragiona in kW per rack?

Il carico termico è la quantità di calore che l'impianto deve asportare, e in un data center si misura in kilowatt: praticamente tutta la potenza elettrica assorbita dagli apparati IT diventa calore da smaltire. Per questo si ragiona per rack, l'armadio che ospita i server. Conoscere i kW per rack dice quanta aria fredda serve davanti a ogni armadio e dove si formeranno i punti caldi.

Densità di calore per rack (ordini di grandezza indicativi) Rack tradizionale 3-6 kW Rack denso 10-20 kW Calcolo intensivo oltre 30 kW
Densità di carico per rack: ordini di grandezza indicativi, variano per progetto. Risultati indicativi: sono valori tipici di settore, non un parametro normato (le linee guida ASHRAE TC 9.9 fissano l'intervallo termo-igrometrico, non la densità di potenza).

Il salto degli ultimi anni è qui. I rack tradizionali stavano su pochi kilowatt; le sale per il calcolo intensivo arrivano a densità molto più alte, e oltre una certa soglia la sola aria non basta. È il bivio che porta verso il raffreddamento a liquido, di cui parliamo più avanti.

Come si separano l'aria fredda e l'aria calda?

Con il contenimento dei corridoi: i rack si dispongono fronte contro fronte e retro contro retro, così l'aria fredda entra tutta dallo stesso lato e l'aria calda esce dall'altro. Si crea un corridoio freddo, dove pescano i server, e un corridoio caldo, da cui il calore torna alle unità di trattamento. Senza questa separazione, aria calda e fredda si mescolano e l'impianto lavora di più.

Il contenimento si realizza chiudendo fisicamente uno dei due corridoi, con pannelli e portelli, perché l'aria non scavalchi i rack. È uno degli interventi che incide di più sull'efficienza, e spesso il più trascurato: bastano fessure aperte e pannelli ciechi mancanti negli armadi per vanificare buona parte del lavoro. È un controllo che facciamo sempre quando entriamo in una sala esistente, prima ancora di guardare le macchine.

Cosa fanno le unità CRAC e CRAH?

Sono le macchine che raffreddano l'aria della sala e la rimettono in circolo. Una CRAC (Computer Room Air Conditioner) ha un proprio circuito frigorifero, con compressore e refrigerante. Una CRAH (Computer Room Air Handler) non ha compressore: usa acqua refrigerata prodotta da un gruppo frigo centralizzato. Aspirano l'aria calda dal corridoio caldo, la raffreddano e la spingono nel pavimento sopraelevato o direttamente nel corridoio freddo.

CRAC e CRAH a confronto. Confronto qualitativo dei due approcci.
AspettoCRACCRAH
Mezzo di raffreddamentoRefrigerante (circuito proprio)Acqua refrigerata da gruppo centrale
Compressore a bordoNo
Abbinamento al free coolingPiù limitatoNaturale, su impianti ad acqua
Taglia tipicaSale piccole o autonomeGrandi impianti centralizzati

La scelta tra le due non è una questione di marca, ma di taglia e di strategia energetica. Le CRAH ad acqua si sposano bene con i gruppi frigo centralizzati e con il free cooling; le CRAC restano comode dove serve un'unità autonoma. Se un termine non ti è familiare, lo trovi nel glossario.

Cos'è il free cooling e quanto pesa sull'efficienza?

Il free cooling è l'uso dell'aria esterna fredda per raffreddare la sala senza far lavorare i compressori, o facendoli lavorare meno. Quando fuori fa abbastanza freddo, l'impianto sfrutta direttamente l'aria esterna (free cooling diretto) o uno scambiatore ad acqua o aria (free cooling indiretto), spegnendo il compressore. È la singola leva che pesa di più sul consumo annuo, e quanto rende davvero nel clima di Milano lo abbiamo misurato a parte.

Free cooling diretto l'aria esterna entra direttamente in sala, filtrata e controllata Free cooling indiretto uno scambiatore cede il calore all'esterno, l'aria della sala resta chiusa
I due schemi di free cooling. La quota di ore utili dipende dal clima locale. Fonte: ASHRAE TC 9.9.

Il clima del nord Italia è favorevole: per buona parte dell'anno l'aria esterna a Milano è abbastanza fredda da contribuire al raffreddamento. Quante ore di free cooling si guadagnano dipende anche dal set-point scelto: alzare di pochi gradi la temperatura di mandata allarga la finestra in cui basta l'aria esterna. È uno dei punti su cui interveniamo quando ottimizziamo una sala esistente.

Quando serve il raffreddamento a liquido?

Serve quando la densità per rack sale tanto da non poter più essere smaltita con la sola aria. Il liquid cooling porta il fluido refrigerante molto vicino ai componenti caldi: alla porta posteriore del rack (rear-door), alla piastra sul processore (direct-to-chip) o immergendo i server in un fluido dielettrico (immersione). L'acqua trasporta calore molto più dell'aria, a parità di volume.

Per la maggior parte delle sale aziendali tradizionali, l'aria con un buon contenimento resta la soluzione giusta. Il liquido entra in gioco nel calcolo ad alta densità, dove i carichi superano la soglia che l'aria può gestire. Non è una moda da inseguire: è una scelta che si fa sui numeri del carico, valutando anche l'impianto idraulico che si porta dietro. Vale la regola di sempre, il numero buono nasce dal profilo di carico reale, non dalla scheda tecnica.

Cos'è la ridondanza N+1 e N+N?

La ridondanza è il margine che tiene viva la sala quando una macchina si ferma. Con la configurazione N+1 si installa un'unità di raffreddamento in più rispetto a quelle strettamente necessarie (N): se una va in manutenzione o si guasta, le altre coprono comunque il carico. Con il 2N (o N+N) si duplica l'intero impianto, per i casi in cui la continuità non ammette interruzioni. Su quando basta N+1 e quando serve 2N ci siamo dedicati a parte, perché la scelta si fa sul costo del fermo, non sulla sigla.

Per chi deve dimostrare la continuità anche sul piano normativo, la ridondanza è il modo concreto in cui si traduce l'obbligo di disponibilità del servizio. Per valutare cosa significa un'interruzione in termini economici, puoi stimare il costo di un fermo impianto con i parametri del tuo settore.

Cos'è il PUE e quali set-point ASHRAE seguire?

Il PUE (Power Usage Effectiveness) è il rapporto tra l'energia totale assorbita dal data center e quella usata dai soli apparati IT. Un PUE di 1,0 è il caso ideale in cui tutta l'energia va ai server; più sale, più energia se ne va in raffreddamento e ausiliari. La media globale rilevata è 1,56 (Uptime Institute, Global Data Center Survey 2024).

All'estremo opposto, i grandi operatori hyperscale scendono molto più in basso: Google dichiara un PUE medio di flotta di 1,09 sui data center a regime (Google, 2025). La distanza da quel valore misura quanta energia, in una sala, se ne va ancora in raffreddamento e ausiliari invece che nei server. Sono numeri indicativi, misurati su impianti diversi: servono a leggere l'indice, non come obiettivo da imporre a una sala esistente.

PUE: energia totale / energia ai soli apparati IT Ideale teorico 1,0 Media globale 2024 1,56 più il valore è basso, più l'impianto è efficiente
Indice PUE, introdotto da The Green Grid e formalizzato dalla norma ISO/IEC 30134-2. Media globale: Uptime Institute, 2024.

Sui set-point, le linee guida ASHRAE TC 9.9 raccomandano per la classe A1 un intervallo di 18-27 gradi all'aspirazione dei server (ASHRAE, Thermal Guidelines for Data Processing Environments). Tenere il set-point nella parte alta dell'intervallo, dove i costruttori lo consentono, riduce l'energia di raffreddamento e allarga le ore di free cooling. Sono raccomandazioni di buona tecnica, non un obbligo di legge: la scelta va fatta guardando ai limiti delle macchine installate.

Chi tiene sotto controllo il raffreddamento nel tempo?

Un impianto di raffreddamento data center non si progetta una volta e si dimentica: va sorvegliato in continuo, perché un punto caldo o una deriva del set-point non si vedono a occhio. Servono un monitoraggio continuo di temperature e portate, tempi di risposta certi quando una soglia viene superata e la prova periodica della ridondanza. A raccogliere questi segnali sono i sistemi BMS (Building Management System) dell'edificio e le piattaforme DCIM (Data Center Infrastructure Management) dedicate alla sala dati, che leggono i sensori distribuiti tra i rack e fanno scattare gli allarmi prima che un punto caldo diventi un fermo. È la parte meno visibile, e quella che decide se la sala resta in continuità.

Noi gestiamo gli impianti a canone: manutenzione programmata e intervento in caso di guasto con tempi concordati, spesa annua nota in anticipo. Per una sala dati è il modo per tenere insieme efficienza, continuità e budget prevedibile, ed è quello di cui ci occupiamo con la gestione a canone degli impianti. Il calore che la sala espelle, poi, non deve per forza andare sprecato: a parte abbiamo spiegato come funziona il recupero di calore da un data center. E se vuoi capire prima quali norme toccano davvero una sala dati, parte da qui la nostra sezione normativa.

Domande frequenti

A che temperatura si tiene un data center?

Le linee guida ASHRAE TC 9.9 raccomandano per la classe A1 un intervallo di 18-27 gradi all'aspirazione dei server, non in mezzo alla sala. Molti centri lavorano oggi nella parte alta dell'intervallo, intorno ai 24-27 gradi, perché un set-point più alto riduce l'energia di raffreddamento senza uscire dai limiti dei costruttori. Sono raccomandazioni di buona tecnica, non un obbligo di legge.

Cosa succede se il raffreddamento di un data center si ferma?

Si va in surriscaldamento in pochi minuti. I server dissipano calore 24 ore su 24 e senza asportazione la temperatura sale in fretta: superati i limiti dei costruttori, le macchine riducono le prestazioni e poi si spengono per protezione. Per questo il D.Lgs 138/2024 (NIS2) inserisce i data center tra i soggetti tenuti alla continuità operativa, e un guasto al raffrescamento che blocca il servizio può configurare un incidente da notificare.

Che differenza c'è tra CRAC e CRAH?

Sono due tipi di unità di trattamento aria per sala dati. Una CRAC (Computer Room Air Conditioner) ha un proprio circuito frigorifero con compressore e refrigerante. Una CRAH (Computer Room Air Handler) usa invece acqua refrigerata prodotta da un gruppo frigo centralizzato. Le CRAH si abbinano bene al free cooling e a impianti di grande taglia; le CRAC restano comode su sale più piccole o autonome.

Cos'è il PUE di un data center?

Il PUE (Power Usage Effectiveness) è il rapporto tra l'energia totale assorbita dal data center e quella usata dai soli apparati IT. Un PUE di 1,0 sarebbe il caso ideale in cui tutta l'energia va ai server; più il valore sale, più energia se ne va in raffreddamento e ausiliari. La media globale rilevata è 1,56 (Uptime Institute, 2024). È un indice introdotto da The Green Grid e formalizzato dalla norma ISO/IEC 30134-2.

Come si tiene sotto controllo il raffreddamento di un data center?

Con un monitoraggio continuo: sensori di temperatura e portata distribuiti tra i rack, letti dai sistemi BMS dell'edificio e dalle piattaforme DCIM dedicate alla sala dati. Le soglie fanno scattare gli allarmi prima che un punto caldo diventi un fermo, e la ridondanza va provata sotto carico a intervalli regolari, non solo installata.

Chi ha scritto e validato questo articolo

Nicola Davanzo

Autore

Nicola Davanzo

Fondatore di Flow Impianti. Scrive con uno sguardo gestionale: cosa cambia, per chi decide, sul conto a fine anno.

Validazione tecnica indipendente

Responsabile Tecnico abilitato (DM 37/08)

I contenuti tecnici sono validati dal Responsabile Tecnico abilitato ai sensi del DM 37/08.

Fonti

  1. ASHRAE Technical Committee 9.9, Thermal Guidelines for Data Processing Environments, consultato 2026-06-30, ashrae.org
  2. Uptime Institute, Global Data Center Survey 2024 (PUE medio 1,56), consultato 2026-06-30, uptimeinstitute.com
  3. Google, Efficiency - Data Centers (PUE medio di flotta 1,09), consultato 2026-07-28, datacenters.google
  4. ISO/IEC, 30134-2 - Data centres, Power Usage Effectiveness (PUE), iso.org
  5. The Green Grid, PUE: A Comprehensive Examination of the Metric, thegreengrid.org
  6. Presidenza del Consiglio, D.Lgs 138/2024 - recepimento direttiva NIS2, scheda nella sezione normativa

Contenuto informativo a cura di Flow Impianti Srl. Non costituisce consulenza tecnica o di progetto. Gli intervalli di temperatura e le densità di carico citati derivano da linee guida di buona tecnica e da rilevazioni di settore: sono indicativi e vanno verificati sul singolo impianto e sui limiti delle macchine installate.

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